I giorni della rabbia – by Paola Giacomoni


Le reazioni di molti alle manifestazioni dei giorni scorsi suggeriscono l’idea che c’è una generazione che non è attesa, che non viene avvertita come protagonista positiva, ma percepita quasi come qualcosa di estraneo, di poco accettabile.

Paola Giacomoni

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La razionalità della rabbia

La razionalità della rabbia

Da quarant’anni la decisione su salari, casa, pensioni e scuola è passata dai parlamenti a esecutivi, consigli d’amministrazione e arbitrati, e il malcontento che nutre l’estrema destra nasce lì, «dalla perdita di salario, di lavoro». Una democrazia privatizzata non ha più un luogo in cui il bisogno possa essere detto: resta la strada.

Impressionanti le immagini. Il fuoco in città atterrisce: è fuori posto. Di solito lo vedi in qualche scena selvaggia al cinema, o al contrario addomesticato nel camino, oppure nei catastrofici incendi degli ultimi anni troppo caldi.

Invece bruciava nei bidoni della spazzatura, nelle macchine date alle fiamme, persino in qualche edificio pubblico come a Limoges in Francia dove è caduta la torre del municipio. Che ricordava fin troppo lo spezzarsi della guglia di Notre Dame nel 2019. Una civiltà che crolla, a livello simbolico.

Il fuoco rende ogni trasgressione più viva e più tragica, distrugge e insieme eccita, fa aumentare l’energia di ogni azione, la rende irreparabile, definitiva.

Le immagini delle manifestazioni degli ultimi giorni in Italia e in Francia sono una svolta.

Naturalmente vanno fatte salve quelle dei cortei pacifici, quelle degli studenti che denunciano il degrado delle scuole, il progressivo venir meno dei servizi pubblici e del welfare in Francia, uno dei più generosi e funzionanti in Europa, su cui pesa però un debito pubblico spaventoso, vicino a quello italiano.

Un Paese irriconoscibile, con uno stato sociale che cade a pezzi, osservava qualcuno, anche se corrisponde poco alla mia esperienza.

Anche a Milano la violenza è stata pesante, insopportabile, impossibile da giustificare; ma poi c’è anche il cordone di protezione di alcuni insegnanti, che è riuscito a depotenziare la tensione spaventosa che circola.

Si parla di rabbia, di collera sociale espressa in maniera incontrollata, senza scopo e senza progetto: pura aggressività, semplice desiderio di distruggere, di fare piazza pulita di ogni simbolo e di ogni decoro. Spaventosa e poco comprensibile.

Tutti sono colpiti dall’età: minorenni, ragazzini, addirittura bambini alcuni. Provenienti dalle periferie, piombano in centro e misurano la distanza dalle loro vite. Sono di seconda o terza generazione, ma ci sono anche tanti dei nostri, non è solo un fenomeno di rabbia di immigrati.

Sono troppi e in troppe città, anche di provincia, di solito tranquille. Non ce la possiamo cavare dicendo «sono dei criminali», oppure «ragazzi che non hanno avuto un’educazione». Lungi dal voler giustificare questi atti violenti, che tra l’altro fanno solo il gioco della destra, serve senz’altro cercare di capire.

Da dove nasce questa rabbia?

Le ragioni sociali le spiegheranno i sociologi. Intanto tutti osservano che il futuro sembra mancare a queste generazioni così giovani e così poco decifrabili.

Una mia ex studentessa mi diceva già qualche anno fa che, a sua memoria, si è sempre detto che eravamo in crisi. E le crisi di recente si sono succedute senza interruzioni, la disoccupazione giovanile in aumento, la pandemia, il riscaldamento globale e infine le guerre.

Prospettive positive sembrano mancare: c’è poco da aspettarsi in queste condizioni.

Le reazioni di molti alle manifestazioni dei giorni scorsi suggeriscono l’idea che c’è una generazione che non è attesa, che non viene avvertita come protagonista positiva, ma percepita quasi come qualcosa di estraneo, di poco accettabile.

La rabbia è una reazione a una mancanza di riconoscimento collettivo, è un modo di reagire, fino alla violenza, quando ci si sente invisibili o irrilevanti, o si cerca un riscatto sociale. Considerare la rabbia solo come reazione irrazionale è fuorviante, sono d’accordo con Christian Raimo.

Ci si adira quando si soffre, e si soffre se si aspira a qualcosa, scriveva Aristotele, se qualcuno o qualcosa lo impedisce. La sofferenza sociale sembra aumentata e una rabbia fredda e consapevolmente distruttiva appare l’unica valvola di sfogo.

Si aspira a qualcosa, senza che sia chiaro a che cosa, ma queste aspirazioni sono ostacolate, negate, ignorate. Si respira un’assenza di significanza, simbolica prima che materiale, delle proprie capacità, delle proprie prerogative, del proprio valore. Questo, di norma, genera la rabbia.

L’aspirazione alla dignità, oltre che al benessere, l’energia necessaria a costruire un progetto di vita subiscono vere e proprie lesioni se ostacolate e rese impraticabili, se non riconosciute come fornite di valore. Se si diviene invisibili, se si è considerati socialmente incompetenti, incapaci di ruoli sociali rilevanti e quindi messi a margine, la frustrazione cresce e la rabbia aumenta.

Del resto, è noto che sono le generazioni più giovani ad avere a cuore i temi ambientali: Greta Thunberg era poco più che una bambina quando ha iniziato i suoi venerdì di protesta.

È anche l’assenza di misure contro il riscaldamento globale a far sì che molti di loro si sentano defraudati del futuro. In generale, non ci si aspetta, come invece è stato a lungo in passato, che il futuro sia meglio del presente.

Una cantante “generazionale”, che sfoggia un nome d’arte anni Trenta, Madame, ha parlato di una generazione dalla vita violenta, che incarna una ribellione violenta, e ascolta una musica violenta.

Una musica disturbante: “abbassata” su toni uniformi, poco variati, messaggi inquietanti, poco comprensibili, e forse ancora meno ascoltati, o presi per bizzarrie giovanili. Poi nelle piazze accade qualcosa di inatteso.

Ne sto facendo una questione generazionale, certo, e questo ha molti limiti, ma credo che qualcosa su questo vada detto, anche perché, come hanno notato molti, le battaglie alcuni politici le fanno sulle pensioni e non sulla disoccupazione giovanile perché i numeri bassi delle nascite degli ultimi decenni non mettono al centro dell’attenzione questa parte della popolazione.

Ricordo che nel programma elettorale di Giorgia Meloni cinque anni fa la questione giovanile era al penultimo posto.

Anche se sono pochi, hanno aspirazioni, come tutti i giovani, ma non sembra che siano in molti ad ascoltarle, a destra come a sinistra. In Francia come in Italia qualcuno afferma, provocatoriamente, che solo queste azioni violente sono efficaci, senza tener conto che fanno il gioco cinico delle estreme.

Non so quando questi ragazzi troveranno un linguaggio altrettanto efficace ma non distruttivo, con uno sguardo ampio e comprensibile da tutti.

Lo speriamo, lo aspettiamo, non è solo irrazionalità il loro comportamento.

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