Le riforma delle pensioni tedesche guarda al 2041, mentre l’Italia ancora discute il 2027


Il 23 giugno la commissione governativa sulla previdenza, l’Alterssicherungskommission, ha consegnato al governo tedesco il suo rapporto finale, con 33 raccomandazioni. Il cuore della proposta è che, dopo il 2031, l’età di pensionamento segua l’aspettativa di vita: ogni anno di vita guadagnato verrebbe ripartito per due terzi sulla fase lavorativa e per un terzo su quella pensionistica. Con le proiezioni medie dell’ufficio statistico federale, l’età per la pensione di vecchiaia salirebbe gradualmente da 67 a 67 anni e mezzo tra il 2031 e il 2041.

La vera differenza rispetto al dibattito italiano sta nella forza e nella volontà di affrontare realmente il problema, ragionando su come distribuire il costo dell’invecchiamento, cioè su quali coorti, con quali tutele e con quale gradualità. Nessun attore del governo tedesco mette in discussione che quel costo vada distribuito, e anche l’Ocse raccomanda a Berlino di agganciare l’età alla longevità. La logica dichiarata è quella della sostenibilità intergenerazionale: il ministero presenta la riforma come un rafforzamento dei tre pilastri, pubblico, aziendale e privato, all’insegna dell’equità tra generazioni. Le raccomandazioni si reggono su tre leve: allargare la platea di chi versa i contributi, alzare l’età e affiancare alla pensione pubblica una componente a capitalizzazione. 

Nel sistema dovrebbero entrare tutti gli occupati, compresi autonomi e dipendenti pubblici di ruolo. Sul fronte delle uscite anticipate, il pacchetto è severo: l’età per la pensione anticipata con 35 anni di contributi salirebbe da 63 a 64 anni, e verrebbe abolita la pensione senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi.

A guidare il dossier è la ministra socialdemocratica Bärbel Bas. Annika Klose, componente socialdemocratica della commissione, ha chiarito che le misure si reggono a vicenda e vanno adottate insieme. Il cancelliere Friedrich Merz l’ha definita una delle riforme più difficili della nostra epoca, e al vertice di coalizione del 2 luglio il governo si è impegnato ad attuare le 33 raccomandazioni per intero, con l’obiettivo di chiudere l’iter legislativo entro la fine del 2026. Il dibattito, comunque, esiste, e nemmeno in Germania è così pacifico. 

Una bozza di lavoro citata dalla Zeit, che il ministero ha liquidato come documento tecnico superato, lasciava a 67 anni le coorti nate tra il 1964 e il 1967. Diversi esponenti della Spd e alcuni governatori cristianodemocratici dell’Est chiedono modifiche o transizioni più lunghe sulla pensione dopo 45 anni di contributi. La confederazione sindacale Dgb è scesa in piazza in 15 città e ha presentato un contro-rapporto: nessun aumento dell’età e un tasso di sostituzione pubblico da portare al 50, poi al 53 per cento.

Nel nostro Paese l’aggancio automatico si applica dal 2013, esistendo già in nove Paesi dell’Unione; la Germania diventerebbe il decimo. La nostra formula è persino più severa di quella tedesca: Berlino trasferirebbe sull’età di pensionamento due terzi della vita guadagnata; Roma, sulla carta, la trasferisce tutta. Secondo le proiezioni Ocse, l’età di pensionamento arriverà a 67 anni in Germania e a 70 in Italia, definendo formalmente l’Italia tra i paesi più rigorosi. Il paragone con l’Italia diventa a questo punto quasi grottesco. 

L’evidenza, infatti, ci mostra come il dibattito politico nazionale utilizzi gran parte della sua energia per disinnescare la regola datasi. Per otto anni i requisiti sono rimasti fermi a 67 anni per la vecchiaia e a 42 anni e 10 mesi di contributi per l’anticipata maschile. Quando l’Istat ha certificato un nuovo aumento della speranza di vita, il meccanismo avrebbe dovuto produrre tre mesi in più dal 2027.  La legge di bilancio 2026 li ha spalmati: un mese nel 2027 e altri due nel 2028, quindi 67 anni e un mese e poi 67 anni e tre mesi, con un costo stimato dall’Inps intorno al miliardo di euro l’anno. Nello stesso passaggio è stato approvato un ordine del giorno di maggioranza, voluto dalla Lega, che impegna il governo a trovare le risorse per bloccare anche gli aumenti successivi.

Nove mesi dopo, il dibattito è ancora lì. In vista della manovra 2027, l’ultima della legislatura, Matteo Salvini e Claudio Durigon puntano prima di tutto a sterilizzare anche il singolo mese previsto dal 2027. Il 17 settembre Durigon ha rilanciato l’uscita a 64 anni con calcolo interamente contributivo, da estendere anche a chi ha contributi precedenti al 1996. Sul tavolo resta anche Quota 41, e a inizio settembre Salvini chiedeva uno scostamento di bilancio da 20 miliardi.

Il disegno di legge di bilancio è atteso alle Camere entro il 20 ottobre. Volendo tratteggiare meglio le distanze tra i due Paesi, queste partono dall’orizzonte temporale. Berlino sta legiferando oggi su persone nate alla fine degli anni Sessanta, che andranno in pensione a metà del prossimo decennio – cittadini che hanno quindi diverso tempo a disposizione per pianificare. In Italia, invece, l’adeguamento procede per decreti biennali, da emanare almeno dodici mesi prima dell’entrata in vigore, e ogni scatto diventa così una voce negoziabile della legge di bilancio successiva. Un automatismo che si rinegozia ogni volta, però, smette di essere un automatismo, trasformandosi piuttosto in concessione.

Poi c’è il metodo. In Germania una commissione con dentro le parti sociali ha prodotto un pacchetto coerente, e l’esecutivo si è impegnato ad adottarlo integralmente, anche a costo di tensioni interne. In Italia la previdenza si discute quasi esclusivamente per misure-bandiera: Quota 100, Quota 103, Quota 41, Opzione donna, ciascuna con il suo partito di riferimento e la sua scadenza.  Manca una sede in cui ci si senta costretti a tenere insieme età, contributi, platea e adeguatezza degli assegni. Non a caso, mentre Berlino si prepara ad abolire la pensione senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi, Roma continua a considerare intoccabile l’uscita con 42 anni e 10 mesi a prescindere dall’età.

Infine, il punto nevralgico: chi paga. La spesa pensionistica pubblica italiana è intorno al 16 per cento del Pil, seconda nell’Ocse solo alla Grecia, a fronte di una media dell’8,8. La Ragioneria prevede che salga fino al 17 per cento entro il 2040. Tra i 60 e i 64 anni lavora il 47 per cento degli italiani, dieci punti sotto la media Ocse. Ogni mese di adeguamento è un trasferimento implicito verso le coorti più vicine alla pensione, pagato da chi entra oggi nel mercato del lavoro con salari bassi, carriere discontinue e un assegno interamente contributivo.

La Germania ha compiuto una scelta, quella di inserire l’equità intergenerazionale al centro della sua riforma. In Italia la parola “giovani” compare nel dibattito previdenziale quasi solo come alibi, sotto la formula del “ricambio generazionale”, usata per giustificare le uscite anticipate (esattamente l’obiettivo con cui Durigon ha presentato la sua proposta sui 64 anni, così come gran parte della retorica dietro Quota 100).

Come detto, anche in terra tedesca i sindacati sono in piazza, la coalizione è attraversata da crepe e il testo definitivo non c’è ancora. Il sistema politico però, a differenza di quello italiano, tratta la longevità come elemento da governare. Da noi, invece, siamo abituati a una discussione che trasforma i termini in ingiustizie da negoziare. Resta che una regola che ogni maggioranza si sente autorizzata a sospendere alla prima manovra utile sposta solo il conto più avanti, su chi oggi non vota ancora o pesa troppo poco nelle urne per contare davvero.

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