Agricoltura, il giusto prezzo al giusto lavoro


«Non possiamo accettare una concorrenza al ribasso fondata sullo sfruttamento del lavoro»: il presidente dell’Associazione Italiana Coltivatori (Aic), Giuseppino Santoianni, dopo la sua ultima missione a Bruxelles, torna sui nodi aperti della nuova Pac (politica agricola comunitaria), sulla legalità nelle campagne dopo i fatti di Amendolara e sulla crisi dei prezzi di olio, latte e riso. «Se il bilancio europeo evolve verso un fondo sempre più integrato, anche la Pac deve essere riformata in modo profondo per restare riconoscibile come politica comune», aggiunge. E sulle aziende che rispettano i lavoratori: «Perché non mettiamo un bollino sui loro prodotti, in modo che negli scaffali si possano scegliere quelli che provengono da un lavoro regolare?». Con quest’intervista, Aic ed Economy inaugurano un programma di cooperazione editoriale che si dipanerà lungo l’arco di un anno.

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Allora, presidente: cosa avete portato a casa nell’ultimo incontro con la Commissione europea?

Ricordiamo, prima di tutto, ai lettori i numeri dell’agroindustria italiana: 86 miliardi di valore aggiunto, primo settore economico del Paese, 71,6 miliardi di valore aggiunto in senso stretto ed esportazioni per 72,5 miliardi. Una realtà vitale per milioni di famiglie. Quando siamo andati a Bruxelles lo abbiamo fatto con le spalle coperte da questa realtà. E abbiamo incontrato il direttore generale, che è delegato del commissario. Abbiamo chiesto innanzitutto chiarezza sulla Pac, perché si va verso la programmazione 2028-2034 e verso il cosiddetto fondo unico che metterebbe insieme agricoltura e coesione territoriale. Questa, per noi, è una vera preoccupazione: abbiamo cercato di capire quante risorse saranno effettivamente messe a disposizione dell’agricoltura. La Commissione è proprio nella fase della discussione, quindi abbiamo espresso le nostre perplessità sul rischio che non vengano stanziate risorse adeguate.

Ma avete parlato anche di flessibilità del bilancio europeo?

Sì. La flessibilità non è un obiettivo in sé, se serve a rendere l’Europa più reattiva di fronte alle sfide globali. Diventa un problema quando si traduce in incertezza per le imprese agricole, che hanno invece bisogno di stabilità e di programmazione. Se il bilancio europeo evolve verso un fondo sempre più integrato, anche la Pac deve essere riformata in modo profondo per restare riconoscibile come politica comune, con obiettivi chiari e risorse certe. È una criticità che abbiamo evidenziato subito, e che successivamente è stata certificata anche dalla Corte di giustizia europea.

La seconda sfida che avete posto a Bruxelles riguarda il lavoro.

Sì, la competitività delle imprese agricole e il lavoro dignitoso. Non possiamo accettare una concorrenza al ribasso fondata sullo sfruttamento del lavoro, sulla diseguaglianza e sulla compressione dei diritti. I fatti recenti di Amendolara hanno colpito la dignità dei lavoratori, ma anche la dignità delle imprese: chi sfrutta il lavoro danneggia le persone, ma danneggia anche chi rispetta le regole e investe in un’agricoltura sostenibile anche dal punto di vista sociale. Per questo, come AIC, abbiamo deciso di costituirci parte civile: è una scelta a difesa della legalità, dei lavoratori e delle aziende agricole che producono in modo sano e sostenibile, garantendo tutti i diritti ai lavoratori.

Da meridionale, qual è secondo lei il problema di fondo nelle campagne del Sud?

Il problema drammatico, soprattutto nelle regioni di maggiore latifondo, è il controllo del territorio. Se non si torna alla capillarità dei controlli, non credo se ne possa uscire. Va detto che gli ispettori del lavoro, per la prima volta dopo vent’anni, sono stati rafforzati: il governo ne ha fatti assumere un migliaio in più. Ma non bastano, e contano anche le istruzioni che ricevono. Serve un controllo più capillare e più massiccio, proprio per evitare fatti di una gravità inaudita come quelli accaduti. Noi abbiamo sempre sostenuto le imprese agricole che lavorano in modo sano e corretto: è questa la gente che va aiutata e valorizzata. L’ho detto anche al Ministero dell’Agricoltura, in un incontro che abbiamo avuto lì: perché non mettiamo un bollino sui prodotti delle aziende che lavorano in modo sano, che rispettano la dignità dei lavoratori, così che negli scaffali si possano scegliere quei prodotti che provengono da un lavoro regolare? Sarebbe un segnale concreto a tutela di chi rispetta i diritti e produce in modo sostenibile.

L’altro fronte caldo è la crisi dei prezzi di tre prodotti fondamentali della nostra dieta: olio, latte e riso. Le imprese non riescono più a programmare, e in molti casi sono in difficoltà economiche concrete. Come si affronta questo problema?

Abbiamo scritto al ministro Lollobrigida e al sottosegretario La Pietra, in particolare per quanto riguarda l’olio d’oliva, per ribadire con forza le proposte già presentate al Ministero: sostegno alla liquidità, garanzie pubbliche, strumenti per lo stoccaggio, tutela dei frantoi, delle cooperative e delle organizzazioni dei produttori, oltre a una maggiore valorizzazione sugli scaffali dell’olio d’oliva italiano di qualità.

In pratica, come si traduce concretamente questa strategia?

Significa seguire l’intera filiera del prodotto e cercare di tutelarla, partendo dai frantoi. E se il prezzo scende, creare le condizioni per lo stoccaggio del prodotto, che potrà essere immesso sul mercato nei momenti più opportuni, dando però un incentivo alle imprese che scelgono di trattenerlo invece di svenderlo subito. Lo stesso ragionamento, con le dovute differenze di filiera, vale per il latte e per il riso: senza strumenti di gestione dell’offerta e senza liquidità immediata, le imprese sono costrette a vendere subito, anche in perdita e sottocosto, deprimendo i prezzi a danno di tutta la filiera.

Quanto è urgente, a suo avviso, una risposta del Ministero su questi tre comparti?

È urgentissima. Parliamo di tre prodotti simbolo della dieta mediterranea e dell’agroalimentare italiano, settori in cui il nostro Paese è leader riconosciuto nel mondo per qualità. Non possiamo permetterci che imprese sane, che hanno investito in qualità e sostenibilità, siano costrette a chiudere per una crisi di liquidità che si potrebbe affrontare con strumenti già sperimentati altrove: garanzie pubbliche, sostegno allo stoccaggio, valorizzazione del prodotto italiano sugli scaffali rispetto a importazioni che non sempre garantiscono gli stessi standard.

Tornando alla dimensione europea, che clima avete trovato a Bruxelles rispetto a queste richieste?

Un clima di ascolto, ma anche di grande incertezza. La Commissione è nella fase in cui si discute l’architettura del prossimo bilancio pluriennale, e su questo si gioca il futuro della Pac. Per questo riteniamo fondamentale far sentire la voce delle imprese agricole italiane fin da ora, prima che le decisioni siano prese altrove senza un confronto reale con chi lavora la terra ogni giorno.

Cosa chiede, in sintesi, l’Aic alle istituzioni nazionali ed europee per i prossimi mesi?

Chiediamo risorse certe e una Pac che resti riconoscibile come politica comune, controlli più capillari sul lavoro nei campi per tutelare chi rispetta le regole, e misure immediate di sostegno alla liquidità per i comparti in crisi di prezzo. Sono richieste diverse tra loro, ma tengono insieme lo stesso obiettivo di fondo: un’agricoltura italiana competitiva, sostenibile e giusta per chi lavora ogni giorno la terra.


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