Chimica, produzione a -3%: Ue decisiva. Meloni: intervenire sugli Ets


Una visione allargata della sostenibilità …

Per gli industriali della chimica, la sostenibilità del sistema dovrà senz’altro guidare anche le scelte industriali, ma da questa consapevolezza non può che derivare una visione ampia del concetto di sostenibilità. Negli anni si sono susseguiti numerosi piani che hanno portato verso quel Green deal che ha messo molto in difficoltà l’industria. E anche la recente revisione del sistema degli Ets per la chimica può considerarsi solo un primo passo. «Tra costi diretti e indiretti del sistema ETS, la chimica italiana versa oltre 600 milioni di euro all’anno, destinati a diventare 1,5 miliardi entro il 2030 – ha ricordato Buzzella -. Un paradosso, se pensiamo che mentre l’UE ha ridotto le proprie emissioni al 5,8% sulle emissioni globali, queste sono invece cresciute nel mondo del 60% dal 1990. Nel frattempo, in Europa, solo tra il 2021 e il 2025, gli investimenti in nuova capacità di prodotti chimici sono crollati del 90%. Non è pensabile ridurre le emissioni attraverso la desertificazione industriale. La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica».

Ilaria Capua, Professore senior fellow of global health alla-Johns Hopkins University Sais Europe

… e l’evoluzione del concetto di One health

All’assemblea di Federchimica nel dibattito è stato dato molto spazio al tema dei temi che resta l’energia e a quello della salute, inteso anch’esso in maniera ampia. «La salute umana, animale e vegetale e la qualità degli ecosistemi non sono ambiti separati, bensì parti di un unico sistema dal quale dipendono sicurezza, benessere e qualità dello sviluppo. Questa visione è ben riassunta dal concetto, in continua evoluzione, di “One Health”, nel quale Federchimica si riconosce pienamente – ha spiegato Buzzella -. Il paradigma va oltre la sanità e richiede di considerare insieme prevenzione, ambiente, alimentazione e attività produttive. La chimica, alla base di farmaci per l’uomo e per gli animali, del medicale e della diagnostica, dell’agricoltura e della sicurezza alimentare ed è dunque uno dei principali fattori abilitanti di One Health». All’assemblea hanno partecipato il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Orsini ha ripetuto che «oggi senza chimica non si fa nulla». E tra gli industriali c’è molta preoccupazione perché «lato Europa sembra che ci siamo resi conto solo noi italiani di quello che sta succedendo. Sulla battaglia Ets eravamo da soli, sulla chimica siamo da soli, sull’industria di base siamo soli. Avremo un importante incontro con Confindustria Germania e Confindustria Francia, ma quello che stiamo vedendo noi è che loro stanno dando come dato di fatto che abbiamo perso l’industria di base. Non siamo riusciti a cambiare rotta velocemente come gli altri, la reazione di Usa e Cina è stata molto veloce, non come la nostra». Sugli Ets «noi abbiamo portato avanti una posizione. L’Ets valeva 5,8 euro a tonnellata nel 2016, adesso vale 87 euro. Abbiamo già tanti imprenditori che hanno delocalizzato». Sugli Ets, facendo riferimento al prezzo dei permessi di emissione di Co2 nel mercato dell’Unione europea (Eu Ets), Orsini ha spiegato che «allo Stato italiano noi diamo 2,6 miliardi quest’anno», ma «di quei 2,6 miliardi, all’industria non ne possono arrivare solo 600 milioni, devono arrivare tutti i 2,6 miliardi, perché se no non siamo competitivi. Quei soldi dove vanno? Vanno una parte, gran parte degli Stati membri e una parte della Commissione europea. La verità è che noi imprenditori invece di essere aiutati per essere competitivi stiamo mantenendo la Commissione europea per farci la guerra. Questo noi dobbiamo dirlo, quei soldi sono i nostri, devono servire per fare la decarbonizzazione ed essere più competitivi». Pur trattandosi di un sistema non condivisibile alla radice, tuttavia aiuterebbe a far funzionare il meccanismo «una cosa semplice: il certificato deve essere comprato e rivenduto tra imprese. Questo toglierebbe la speculazione e il prezzo tornerebbe a 6-7 euro. Non tornerei indietro su tutto, ma questo andrebbe fatto».

Davide Tabarelli presidente Nomisma energia

Il sostegno alla competitività

Tajani ha aggiunto che «c’è bisogno di politiche serie che mettano le imprese nelle condizioni di competere a livello globale. L’Europa rischia di essere travolta nella sfida con Usa, Cina, India perché i lacci e lacciuoli bloccano la competitività del sistema, mentre altrove ci sono molte meno regole. Uno dei temi che ci sta più a cuore è quello del Green deal che non va bene così come è stato applicato. Quando noi dobbiamo difendere l’ambiente dobbiamo tenere presente che non ci sono solo piante, fiumi e animali, ma ci sono anche uomini e donne che devono continuare a vivere e produrre, perchè senza lavoro non c’è dignità. Il Green deal così come è non va. Stiamo combattendo una battaglia sugli Ets, non va bene Ets 1 ed Ets 2. L’altro giorno abbiamo ottenuto un primo risultato ma non basta, e stiamo lavorando perché settori come la chimica possano beneficiare delle nuove regole».

All’assemblea di Federchimica sono arrivati anche i messaggi del ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso e di quello dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. Di quale Europa ci sarebbe bisogno per industria, salute ed energia si è parlato in una tavola rotonda a cui hanno partecipato Ilaria Capua, Professor e senior fellow of global health alla Johns Hopkins University Sais Europe, Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma energia e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione Politiche Ue del Senato.

Francesco-Buzzella Presidente federchimica

La crisi energetica

E’ quando i ragionamenti sfociano sui temi energetici che diventano più critici. Per Buzzella «siamo ad un bivio cruciale. Serve una politica industriale in due tempi: proteggere la capacità strategica oggi, trasformarla domani. Per farlo la premessa, è una soltanto: energia sicura, disponibile e a costi sostenibili. L’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica è passata dal 14% del 2021 al 18% del 2024, e rischia oggi di superare il 23%. Il gas in Europa costa fino a nove volte quello statunitense. Non parliamo solo di margini che si assottigliano, ma di un rischio concreto di fermate produttive, rinvio degli investimenti e delocalizzazione. E chiudere un impianto significa perdere per sempre competenze, occupazione e sovranità tecnologica». Peraltro, anche a voler essere visionari, non è facile perché i due pilastri della transizione green immaginata da Bruxelles, come l’idrogeno verde o la “CO2 capture and utilization”, sono ancora oggi tecnologicamente complessi ed economicamente non sostenibili per essere utilizzati su larga scala. Per questo la transizione deve basarsi sulla neutralità tecnologica, dando traguardi ambientali ragionevoli e lasciando alle imprese la libertà di scegliere le soluzioni più efficienti per raggiungerli.


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