25 miliardi di investimenti annunciati in Italia, ma l’elettricità non basta


C’è un grande affare che potrebbe trasformarsi in una gigantesca bolla immobiliare e finanziaria. In Italia sono stati annunciati 83 nuovi data center, per un investimento complessivo di 25,4 miliardi di euro entro il 2028. Una corsa all’oro digitale alimentata dall’intelligenza artificiale, con miliardi di capitali internazionali pronti a finanziare enormi edifici pieni di server. Ma c’è un problema: per alimentarli serve elettricità. Moltissima. E servono reti capaci di trasportarla dove e quando è richiesta.

Terna ha comunicato che – al 30 settembre 2026 – risultano 586 richieste di connessione per nuovi data center, con una potenza complessiva di 108,96 gigawatt. Per capire la dimensione del fenomeno basta un confronto: il 15 luglio scorso, nel pieno dell’estate, il picco della domanda elettrica dell’intera Italia è stato di circa 58 GW. La potenza complessivamente richiesta per i nuovi data center sfiora così il doppio della massima potenza assorbita contemporaneamente da tutte le abitazioni, fabbriche, aziende, uffici e infrastrutture del Paese. Un confronto che dà la misura della distanza tra le ambizioni dei proponenti e le dimensioni dell’attuale sistema elettrico italiano.

Naturalmente, una parte delle richieste riguarda progetti preliminari, alcuni potrebbero essere sovradimensionati e altri non vedranno mai la luce. Il problema è proprio questo: quanti dei miliardi annunciati corrispondono a investimenti industriali concreti e quanti a operazioni speculative, in attesa di autorizzazioni, energia e soprattutto clienti?

Il rischio bolla: Microsoft cancella il contratto perché manca l’elettricità

Il primo grande campanello d’allarme arriva dal Regno Unito. Microsoft ha rinunciato all’accordo con Nscale, società britannica specializzata nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, per un data center da 50 MW a Loughton, nell’Essex. L’edificio avrebbe dovuto ospitare circa 23mila Gpu Nvidia, i potenti processori necessari per sviluppare i sistemi di intelligenza artificiale. Microsoft aveva concordato l’utilizzo dell’intera capacità del sito. L’infrastruttura era attesa nel 2027, ma il collegamento alla rete elettrica potrebbe non essere disponibile prima degli anni Trenta. Troppo tardi per un settore in cui i clienti devono mettere in funzione i propri sistemi nel giro di pochi anni, e nel quale la tecnologia diventa rapidamente obsoleta.

Il caso è particolarmente significativo perché Nscale, sostenuta anche da Nvidia, ha dichiarato oltre 103 miliardi di dollari di contratti, soltanto 2,6 miliardi erano davvero attivi e i ricavi effettivamente realizzati nel primo semestre 2026 sono stati appena 141 milioni di dollari, a fronte di una perdita netta superiore al miliardo. Il rischio è evidente: contratti miliardari costruiti sulla promessa di infrastrutture che devono ancora essere finanziate, completate e alimentate elettricamente. Se un collegamento tarda, il cliente può rinunciare. E un data center senza cliente può diventare un investimento molto difficile da ripagare.

I data center in Italia

Per sostenere le richieste di nuovi data center servirebbero nuove centrali e (con il nuovo nucleare ancora oltre l’orizzonte) fonti rinnovabili, grandi sistemi di accumulo, elettrodotti, trasformatori, stazioni elettriche e maggiori capacità di importazione. Non basta costruire un impianto fotovoltaico accanto ai server: un data center deve essere alimentato anche di notte e quando il sole e il vento non producono abbastanza. Gli investimenti necessari potrebbero avere conseguenze anche sui prezzi dell’energia. Una domanda aggiuntiva molto elevata può incidere sui mercati elettrici, mentre il rafforzamento delle reti comporta costi da ripartire secondo le regole tariffarie.

La situazione concreta è molto diversa dagli scenari estremi: secondo l’aggiornamento del portale Econnextion di Terna, pubblicato a metà ottobre, delle 586 richieste soltanto 16 risultano classificate ready-to-build, per una potenza complessiva di 1,9 GW, appena l’1,7% della potenza complessivamente richiesta. Quindici riguardano la Lombardia e una il Piemonte.

Una ricerca presentata il 9 ottobre dall’associazione Italian datacenter association offre un’altra fotografia: dei circa 1.839 MW di capacità commerciale qualificata in programma, soltanto 230 MW risultano materialmente in costruzione. Altri 673 MW sono in sviluppo e 936 MW in fase preliminare. A dimostrazione di quanto possa essere ampia la distanza tra annunci e realizzazioni, anche il Politecnico di Milano invita alla prudenza. Dei 10,5 miliardi di investimenti previsti nel 2023 per il triennio successivo (ovvero ad oggi), ne sono stati realizzati 7,1. Il 32% non si è concretizzato nei tempi inizialmente indicati negli ultimi tre anni.

Dove sorgeranno i nuovi data center e chi investe i miliardi

La grande concentrazione di nuovi data center dovrebbe sorgere in Lombardia, soprattutto nell’hinterland milanese. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha dichiarato di interesse strategico nazionale sette programmi che, secondo i valori comunicati dal Governo, superano complessivamente i 25 miliardi di euro.

Investitore Localizzazione Investimento annunciato
Vantage 4 poli in Lombardia 8 miliardi di €
K2 Strategic Zibido–Lacchiarella 5,3 miliardi di €
Equinix Settimo Milanese, Cusago 4 miliardi di €
Techbau Trino (VC) 4 miliardi di €
EdgeConneX Opera, Fizzonasco, Bertonico 3 miliardi di € 
Energy Vault Nuraxi Figus (SU) 1,49 miliardi di €
Amazon AWS Rho/Pero, Zibido 1,2 miliardi di €

Il più grande investimento è quello di Vantage data centers, gruppo internazionale sostenuto da investitori come DigitalBridge e Silver Lake. Il programma da 8 miliardi di euro comprende campus da sviluppare a Melegnano, Settimo Milanese, Cornaredo e Tavazzano, fra le province di Milano e Lodi. Sempre a sud di Milano, K2 strategic, controllata dal gruppo asiatico Kuok, punta a investire 5,3 miliardi in un campus tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, con una capacità prevista fino a circa 400 MW. Il progetto è ancora alle prese con procedimenti amministrativi e questioni infrastrutturali, compresa la nuova stazione elettrica Lacchiarella Ovest.

Equinix, multinazionale americana già presente in Italia, ha annunciato un programma da 4 miliardi tra Settimo Milanese e Cusago. EdgeConneX, società controllata dal gruppo di investimento Eqt, prevede circa 3 miliardi di investimenti diretti nei comuni di Opera, Pieve Emanuele-Fizzonasco e Bertonico, nel Lodigiano. Amazon, attraverso Aws, ha un piano di espansione da circa 1,2 miliardi nelle aree di Rho-Pero e Zibido San Giacomo. In questo caso il grande operatore tecnologico è direttamente coinvolto nello sviluppo della propria infrastruttura cloud.

In Piemonte, Techbau punta alla riconversione dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino, nel Vercellese. Il progetto Cavour hyperscale campus vale circa 4 miliardi e prevede una potenza di 300-400 MW. Ma il cronoprogramma ministeriale colloca l’autorizzazione unica entro il 2027 e l’entrata in funzione del primo lotto alla fine del 2028. Infine, in Sardegna, Energy Vault propone di trasformare nel 2030 l’ex sito minerario di Nuraxi Figus, nel Sulcis, in un campus per l’intelligenza artificiale, con un programma da circa 1,49 miliardi.

Non tutti sono progetti solo sulla carta, alcuni progetti che hanno già superato alcune tappe concrete del percorso realizzativo. A Segrate, per esempio, l’americana CyrusOne ha avviato nel marzo 2026 il cantiere di un data center da 27 MW. A Roma Digital Realty sta realizzando il proprio campus a Trigoria, mentre Rai Way ha ottenuto il permesso per una nuova infrastruttura da 35,2 MW a Pomezia. 

Il problema dei data center senza clienti

C’è un altro aspetto che potrebbe diventare decisivo quanto la disponibilità elettrica: non tutti i grandi programmi italiani hanno un cliente finale pubblicamente identificato. Un conto è costruire un’infrastruttura per un cliente che ha sottoscritto un contratto pluriennale con adeguate garanzie. Un altro è acquistare terreni, ottenere permessi e predisporre la connessione sperando che, una volta terminati i lavori, un grande gruppo tecnologico decida di affittare gli spazi. La documentazione di Colliers relativa a EdgeConneX è esemplare. A gennaio 2026 sono stati acquistati terreni a Opera per un data center da circa 60 MW. Ma il gestore immobiliare specifica che lo sviluppo dipende ancora dall’ottenimento dei permessi e dalle connessioni alla rete. Il completamento è atteso nel 2029, l’inizio dei ricavi nel 2030.

mappa data center strategici-2

Il caso Nscale mostra il meccanismo più pericoloso. Un investitore acquista il terreno, ottiene finanziamenti e costruisce un’infrastruttura contando su un cliente futuro. Se l’allacciamento elettrico tarda, il cliente può disdire. Il valore dell’edificio diminuisce, il debito rimane e occorre trovare un nuovo utilizzatore. Le conseguenze dipendono dallo stadio del progetto. Se i lavori non sono iniziati, la perdita può limitarsi a terreni, progettazione, autorizzazioni e anticipi. Se il data center è quasi completato, possono rimanere immobilizzati capitali molto più elevati, oltre agli interessi sui finanziamenti. Nel peggiore dei casi possono arrivare svalutazioni, ristrutturazioni del debito, vendite forzate o fallimenti delle società di progetto.

Quanto potrebbe pesare un rallentamento in Italia? Una simulazione offre un ordine di grandezza. Se soltanto il 20% dei 25,4 miliardi previsti per il 2026-2028 non venisse speso entro il triennio, slitterebbero investimenti per circa 5,1 miliardi di euro. Se si ripetesse lo scostamento del 32% già registrato nel triennio precedente, la cifra salirebbe a circa 8,1 miliardi.

Le società più esposte

Dietro gli annunci miliardari ci sono operatori con dimensioni finanziarie molto diverse. Vantage ha l’esposizione nominale italiana più elevata: circa 8 miliardi distribuiti tra Melegnano, Settimo Milanese, Cornaredo e Tavazzano. Ma il gruppo dispone anche di una struttura finanziaria di diversa dimensione rispetto agli operatori più piccoli. Nel giugno 2024 la società internazionale aveva completato un’operazione di aumento di capitale da 9,2 miliardi di dollari, guidata da DigitalBridge e Silver Lake.

Più esposta è Techbau, promotrice del progetto da 4 miliardi a Trino, in Piemonte, con il primo lotto del Cavour hyperscale campus programmato entro il 2028. L’investimento programmato equivale a circa 4,6 volte i ricavi annuali della società che il 19 ottobre 2026 ha annunciato un fatturato di 862,5 milioni di euro e un utile netto di 92,599 milioni nell’esercizio 2025-2026. Tuttavia alla realizzazione e finanziamento del progetto potrebbero coinvolgere altri investitori.

Altra regione, altra società e sempre progetti spostati al futuro: il piano sardo da 1,49 miliardi di euro della società statunitense Energy Vault è enormemente superiore alla liquidità disponibile della capogruppo, che attraverso la controllata Energy Vault Sulcis Srl promuove un investimento da circa 1,49 miliardi di euro nell’ex sito minerario di Nuraxi Figus. Nel primo semestre 2026 il gruppo ha registrato una perdita netta di 62,2 milioni di dollari e a fine giugno disponeva di circa 148 milioni di dollari di liquidità. Per il “caveau” sardo il programma guarda al 2030 e, come per altri progetti, non resta che aspettare.

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