chi vince e chi perde con la nuova proposta per l’uscita anticipata


Il tema delle pensioni anticipate torna prepotentemente al centro del dibattito politico in vista della manovra finanziaria 2026-2027. Tra le ipotesi più discusse c’è la possibilità di introdurre un canale di uscita volontaria a 64 anni, una misura che punta a superare i rigidi paletti della Legge Fornero ma che, secondo i primi calcoli disponibili, nasconde un costo rilevante per i lavoratori. Vediamo nel dettaglio cosa prevede la proposta, chi potrebbe beneficiarne e chi rischia invece di uscire penalizzato.

Il contesto: perché si torna a parlare di pensione a 64 anni

Dal 1° gennaio 2027 scatterà l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, già confermato dalla Legge di Bilancio 2026. La pensione di vecchiaia salirà da 67 anni a 67 anni e un mese, mentre per la pensione anticipata ordinaria serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 l’incremento complessivo dei requisiti aumenterà ulteriormente.

In questo scenario, la maggioranza di governo sta lavorando su più fronti: da un lato l’ipotesi di congelare o “sterilizzare” il primo scatto previsto per il 2027 (un’operazione che costerebbe circa 1,1 miliardi di euro), dall’altro l’introduzione di nuovi canali di flessibilità in uscita, tra cui spicca proprio la proposta della pensione a 64 anni.

Cosa prevede la proposta di uscita a 64 anni

Tra le diverse proposte di pensione anticipate, l’idea, portata avanti dalla Lega e in particolare dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, punta a permettere ai lavoratori che lo desiderano di lasciare il lavoro a 64 anni, senza dover attendere il raggiungimento dei requisiti ordinari. Secondo Durigon, una maggiore libertà nella scelta del momento del pensionamento sarebbe particolarmente utile alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro, accelerate anche dalla diffusione dell’intelligenza artificiale.

Il punto centrale della proposta riguarda però il meccanismo di calcolo dell’assegno. La misura prevede infatti che la pensione venga calcolata con il sistema interamente contributivo, anche per chi rientra nel cosiddetto sistema misto, cioè i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996. Si tratta di una platea molto ampia, oggi esclusa dalla pensione anticipata contributiva prevista dall’articolo 24 della riforma Fornero, che attualmente riguarda solo chi rientra nel sistema contributivo puro.

Tra le ipotesi allo studio compare anche la possibilità di utilizzare il Tfr (Trattamento di fine rapporto) accantonato presso l’Inps come forma di rendita integrativa, per aiutare i lavoratori a raggiungere la soglia minima di assegno richiesta per accedere alla pensione anticipata.

La soglia minima per andare in pensione a 64 anni

Oggi, per accedere al pensionamento anticipato contributivo a 64 anni, è necessario maturare un assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, cioè circa 1.638,72 euro mensili nel 2026. Una soglia che è già salita in modo significativo negli ultimi anni: nel 2022 era ferma a 2,8 volte l’assegno sociale, pari a 1.310,68 euro. Dal 2030 è previsto un ulteriore innalzamento a 3,2 volte l’assegno sociale, con una soglia stimata intorno ai 1.818,94 euro mensili.

Questo significa che, per molti lavoratori con carriere discontinue o retribuzioni medio basse, raggiungere l’importo minimo richiesto resta comunque difficile, anche utilizzando il Tfr come integrazione.

Chi vince con la proposta

Per capire davvero chi vince e chi perde con questa riforma, è utile guardare ai diversi profili di lavoratori coinvolti.

A trarre maggior vantaggio dalla nuova flessibilità potrebbero essere:

  • I lavoratori con redditi elevati e una carriera continuativa, che riescono a raggiungere facilmente la soglia minima richiesta anche con il ricalcolo contributivo, e per i quali il valore della libertà di scegliere quando smettere di lavorare può superare il costo della riduzione dell’assegno.
  • Chi svolge mansioni gravose o usuranti e non rientra nei canali già esistenti come l’Ape sociale, e per cui uscire prima, anche con un assegno più basso, rappresenta comunque un beneficio in termini di qualità della vita.
  • I lavoratori che hanno già accumulato un patrimonio previdenziale integrativo (fondi pensione, polizze, immobili da rendita) e che possono permettersi di compensare la riduzione dell’assegno pubblico con altre fonti di reddito.
  • Le aziende, che potrebbero beneficiare di un ricambio generazionale più rapido, liberando posizioni per l’inserimento di lavoratori più giovani, anche in relazione ai cambiamenti tecnologici legati all’intelligenza artificiale.

Chi rischia di perdere di più

Sul fronte opposto, le simulazioni realizzate dall’Osservatorio previdenza della Cgil mostrano che il conto da pagare per uscire prima potrebbe essere molto salato, soprattutto per chi rientra nel sistema misto.

Secondo i calcoli del sindacato, un lavoratore con 40 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 35.000 euro vedrebbe la propria pensione scendere da 1.726,15 euro mensili (calcolata con il sistema misto ordinario) a 1.543,38 euro con il ricalcolo interamente contributivo: una perdita di circa 182 euro al mese, pari a una riduzione del 10,6%. Il taglio cresce all’aumentare della retribuzione: con 50.000 euro annui la perdita salirebbe a circa 261 euro al mese, mentre con 70.000 euro supererebbe i 365 euro mensili.

Si tratta di una penalizzazione non temporanea, ma destinata a durare per tutta la vita pensionistica. Considerando la speranza di vita media residua a 64 anni, la Cgil stima una perdita cumulata di circa:

  • 52.500 euro per chi ha una retribuzione di 35.000 euro l’anno
  • 75.000 euro per chi guadagna 50.000 euro l’anno
  • 105.000 euro per chi arriva a 70.000 euro l’anno.

Per le donne, in virtù di una maggiore speranza di vita media, la perdita cumulata risulterebbe ancora più elevata.

A questo si aggiunge la critica relativa all’uso del Tfr come strumento per raggiungere la soglia minima di accesso: secondo la Cgil, in questo modo non si amplierebbe realmente la flessibilità del sistema previdenziale, ma si scaricherebbe interamente il costo dell’anticipo sui lavoratori, che dovrebbero rinunciare a una liquidazione maturata in anni di lavoro pur di raggiungere l’importo minimo richiesto. Il sindacato, per bocca della segretaria confederale Lara Ghiglione, ha definito la misura una proposta che non utilizza risorse pubbliche ma viene interamente finanziata dai lavoratori stessi.

Le risorse disponibili e i nodi ancora aperti

Va ricordato che la Legge di Bilancio 2027, l’ultima della legislatura prima delle prossime elezioni, è ancora in fase di costruzione. Le risorse stimate per la manovra si aggirano intorno ai 15 miliardi di euro, a fronte di richieste complessive che, tra fisco, pensioni e sostegno a famiglie e imprese, supererebbero i 30 miliardi. Questo significa che molte delle ipotesi oggi sul tavolo, compresa quella dell’uscita a 64 anni, dovranno fare i conti con una copertura finanziaria limitata, e potrebbero essere ridimensionate o rinviate nel corso della trattativa politica.

La proposta di pensione anticipata a 64 anni rappresenta, dunque, un tentativo di introdurre maggiore flessibilità in uscita in un sistema previdenziale sempre più rigido a causa dell’aumento dei requisiti legato alla speranza di vita. Tuttavia, il meccanismo del ricalcolo interamente contributivo, unito all’eventuale utilizzo del Tfr, rischia di trasformare questa opportunità in un costo significativo e permanente per una parte consistente dei lavoratori, in particolare quelli con retribuzioni medio alte e carriere che rientrano nel sistema misto.

Come spesso accade con le proposte in discussione durante la costruzione della manovra, il testo definitivo potrebbe cambiare notevolmente rispetto alle ipotesi circolate finora. Sarà quindi fondamentale seguire l’evoluzione del confronto politico nelle prossime settimane, quando il governo dovrà sciogliere i nodi principali del dossier pensioni all’interno della legge di bilancio 2027.

Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…


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