Pensioni, l’incubo del maxi conto: dopo 14 anni l’INPS chiede quasi 73mila euro


Per quasi quattordici anni la pensione arriva ogni mese sul conto. L’importo viene calcolato dall’ente previdenziale, accreditato regolarmente e utilizzato per vivere. Poi, all’improvviso, arriva una comunicazione che può trasformarsi in un incubo: secondo l’INPS quei soldi erano troppi e bisogna restituirne quasi 73 mila euro. È quanto accaduto a un ex docente, protagonista di una lunga controversia arrivata fino alla Corte dei Conti. Una storia particolare, ma che solleva una questione molto più ampia: fino a che punto un pensionato può essere chiamato a pagare, anche molti anni dopo, per un errore commesso nel calcolo del suo assegno?

L’uomo era andato in pensione nel settembre 2006, dopo una carriera nella scuola e un periodo di attività sindacale. Per anni aveva ricevuto normalmente il proprio trattamento pensionistico. Nel marzo del 2020, però, l’INPS gli aveva presentato il conto: 72.949,84 euro da restituire. Secondo l’Istituto, nel calcolo dell’assegno sarebbe stata applicata in maniera non corretta una maggiorazione collegata alla retribuzione aggiuntiva percepita durante il distacco sindacale. L’errore, secondo la ricostruzione emersa nel giudizio, avrebbe prodotto pagamenti superiori al dovuto tra il 2006 e il 2018.

Non si trattava soltanto di una lettera. L’INPS aveva cominciato a recuperare materialmente il denaro attraverso trattenute sulla pensione, arrivate a circa mille euro al mese. Per un pensionato significa vedere improvvisamente ridursi il reddito sul quale ha costruito le proprie spese quotidiane, le bollette e gli impegni economici. L’ex docente, però, ha contestato la richiesta sostenendo di non aver provocato volontariamente l’errore e di essersi affidato ai calcoli effettuati dagli enti competenti.

La vicenda era diventata ancora più delicata perché sullo stesso caso si era aperto anche un procedimento penale. Il docente è stato successivamente assolto con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel frattempo il contenzioso sulla pensione era arrivato davanti alla Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per la Lombardia che, con la sentenza numero 19 del 2022, aveva dato ragione al pensionato: l’indebito era stato dichiarato non recuperabile e le trattenute erano state fermate. L’INPS, tuttavia, aveva impugnato la decisione.

Il nuovo passaggio giudiziario è arrivato nel 2026. Con la sentenza numero 93 del 26 maggio, la Seconda Sezione giurisdizionale centrale d’Appello della Corte dei Conti ha dichiarato inammissibile l’appello dell’INPS. Il punto centrale è abbastanza semplice, anche se il linguaggio giuridico può renderlo complicato: l’Istituto chiedeva sostanzialmente di rivalutare il comportamento del pensionato e l’eventuale presenza di dolo. Ma nei giudizi pensionistici della Corte dei Conti l’appello può riguardare determinate questioni di diritto, mentre l’accertamento concreto della presenza o meno di un comportamento doloso rappresenta una questione di fatto. Quel punto era già stato valutato dal giudice di primo grado.

E proprio sul dolo si gioca una parte fondamentale della vicenda. La Corte ha rilevato che il giudice di primo grado aveva motivato l’assenza di un comportamento intenzionalmente scorretto richiamando non soltanto l’assoluzione penale, ma anche la complessità della materia e i diversi provvedimenti di liquidazione adottati nel corso degli anni. Secondo la ricostruzione contenuta nella decisione, l’ente disponeva inoltre da tempo degli elementi necessari per determinare correttamente il trattamento. Il risultato è che la precedente decisione favorevole al pensionato è rimasta in piedi e il recupero di quasi 73 mila euro è stato bloccato.

Il caso, però, deve essere letto con attenzione. Non significa che ogni pensionato che riceve più soldi del dovuto possa automaticamente tenerli. Le norme sugli indebiti pensionistici sono complesse e cambiano anche in base alla gestione previdenziale, al tipo di errore e alle ragioni che hanno prodotto il pagamento. La stessa INPS distingue, ad esempio, tra errori nel calcolo della pensione, somme erogate sulla base di dati reddituali poi risultati differenti e casi nei quali il pagamento non dovuto deriva dal comportamento del beneficiario.

La differenza più importante riguarda proprio il comportamento del pensionato. Se una persona ha nascosto informazioni, ha comunicato dati incompleti o ha agito intenzionalmente per ottenere somme che sapeva di non avere diritto a ricevere, il quadro cambia completamente. L’INPS può procedere al recupero quando ne ricorrono i presupposti. Diversa può essere la situazione quando il cittadino ha fornito correttamente le informazioni e l’errore nasce invece dalla lavorazione o dal calcolo effettuato dall’ente. Per le pensioni della gestione privata, ad esempio, la stessa circolare INPS numero 47 del 2018 ricorda che, a determinate condizioni, le somme derivanti da un errore imputabile all’Istituto non vengono recuperate se manca il dolo dell’interessato e se il pensionato non ha omesso informazioni rilevanti.

Anche per i dipendenti pubblici esistono regole specifiche. Il sistema distingue, tra l’altro, tra errori nella determinazione definitiva della pensione, conguagli tra trattamenti provvisori e definitivi e dati sbagliati trasmessi dall’amministrazione di provenienza. È proprio questa complessità a rendere pericolose le generalizzazioni: due lettere dell’INPS che chiedono entrambe la restituzione di denaro possono sembrare identiche, ma dal punto di vista giuridico possono avere storie completamente differenti.

Il problema non è puramente teorico. Nel corso del 2026 sono emersi anche casi molto diversi da quello dell’ex docente. A marzo, per esempio, migliaia di pensionati avevano ricevuto importi maggiori a causa dell’applicazione errata di una detrazione fiscale, con accrediti extra che in alcuni casi arrivavano fino a circa mille euro. In quella circostanza l’Istituto ha successivamente avviato il recupero delle somme. È un esempio utile proprio per capire che non esiste una regola universale secondo la quale «se sbaglia l’INPS, il pensionato non restituisce mai nulla»: bisogna vedere perché il pagamento è avvenuto e quale normativa si applica.

C’è poi una questione pratica che interessa chiunque riceva una richiesta di restituzione. Una comunicazione dell’INPS non andrebbe ignorata, ma neppure considerata automaticamente incontestabile. Occorre capire innanzitutto perché è nato l’indebito, a quali anni si riferisce, quali somme vengono contestate e se i dati utilizzati dall’Istituto erano già disponibili. Sul portale INPS esiste il servizio «Visualizzazione indebiti», attraverso il quale è possibile controllare la propria posizione e, nei casi previsti, verificare le modalità di recupero e rateizzazione. L’ordinamento consente inoltre di presentare istanze di riesame e ricorsi amministrativi contro provvedimenti pensionistici e richieste di recupero.

Quando il recupero è legittimo, inoltre, non significa necessariamente dover restituire immediatamente decine di migliaia di euro in un’unica soluzione. L’INPS utilizza diverse modalità, dalla compensazione con eventuali crediti alle trattenute sulla pensione fino alla restituzione rateale. Per alcuni recuperi direttamente sulla pensione esistono limiti destinati a evitare che il pensionato rimanga senza il reddito necessario per vivere; la disciplina prevede, in diversi casi, il limite di un quinto e la salvaguardia del trattamento minimo.

La vicenda dell’ex professore racconta quindi qualcosa di più di una battaglia giudiziaria da 72.949 euro. Racconta quanto possa diventare fragile la certezza economica di chi, dopo essere andato in pensione, considera l’importo stabilito dall’ente pubblico come un dato ormai definitivo. Scoprire dieci o quattordici anni dopo che quel calcolo viene rimesso in discussione può significare trovarsi improvvisamente davanti a una cifra impossibile da restituire con i normali risparmi di una famiglia.

Ma il messaggio della sentenza non è che tutti i debiti con l’INPS possono essere cancellati. È un altro: ogni richiesta deve essere verificata sulla base della sua storia concreta. Bisogna capire chi ha commesso l’errore, quali informazioni erano disponibili, se il pensionato ha comunicato tutto ciò che doveva comunicare e se esiste un comportamento doloso. Nel caso dell’ex docente, dopo anni di giudizi, la maxi richiesta non ha retto. Per lui quei quasi 73 mila euro non saranno il conto da pagare per un errore maturato silenziosamente per oltre un decennio.




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