L’Italia crea startup innovative, ma il vero problema sembra arrivare dopo. Quando il tempo dovrebbe trasformare un’idea in un’impresa strutturata, infatti, la crescita rallenta e per la maggior parte delle aziende la soglia del mezzo milione di euro resta lontana.
È questa la fotografia di “Signal – La fabbrica del venture italiano”, il primo report realizzato da Djungle Bridge sull’universo delle startup e delle PMI innovative italiane. L’analisi, costruita sui dati delle sezioni speciali del Registro delle Imprese aggiornati al 26 luglio 2026, prende in esame 15.012 aziende, di cui 11.806 startup innovative e 3.206 PMI innovative.
Quattro anni dopo, la maggioranza resta sotto i 500 mila euro
Il dato più significativo riguarda le startup che hanno avuto almeno quattro anni per sviluppare il proprio modello di business. Tra le 4.100 startup innovative con almeno quattro anni di attività e una fascia di valore della produzione dichiarata, ben 3.505, pari all’85,5%, non superano i 500 mila euro. Più della metà, il 53%, resta addirittura sotto i 100 mila euro.
A superare la soglia del milione di euro è soltanto il 6,4%. Il dato non misura la crescita delle singole aziende nel tempo, ma fotografa la distribuzione dell’attuale ecosistema: una quota molto ampia delle startup che hanno già superato i primi anni di vita non ha ancora raggiunto una dimensione economica significativa. E non si tratta soltanto di un fenomeno concentrato nei grandi centri dell’innovazione. Milano è la provincia con il maggior numero assoluto di startup mature sotto i 500 mila euro di valore della produzione (790), seguita da Roma (363) e Napoli (362). Nelle 20 province con il maggior numero di imprese innovative, oltre tre startup mature su quattro si trovano comunque in questa fascia.
La sorpresa: il digitale non garantisce la scalabilità
È però un altro dato a rendere particolarmente interessante la fotografia di Signal. Nell’immaginario del venture capital, una startup digitale dovrebbe avere un vantaggio strutturale: un software o un prodotto digitale può essere replicato e distribuito su larga scala con costi marginali relativamente contenuti.
I numeri del report raccontano però una realtà meno lineare. Tra le startup innovative con almeno quattro anni di attività, il 7,7% delle imprese riconducibili a modelli lineari supera il milione di euro di valore della produzione, mentre tra quelle focalizzate su software e prodotti digitali la percentuale scende al 5,7%. La scalabilità teorica, dunque, non coincide automaticamente con la capacità di costruire un’impresa economicamente più grande.
“Per anni – spiega a Gamechangers – Alessandro Nasi, co-founder di Djungle Holding – abbiamo associato quasi automaticamente il concetto di startup alla scalabilità. I dati ci restituiscono una realtà più complessa: avere un prodotto digitale e potenzialmente replicabile non significa necessariamente riuscire a trasformarlo in un’azienda di dimensioni maggiori”.
Il passaggio cruciale sembra essere proprio quello dal prodotto all’impresa: trovare il mercato, costruire una struttura manageriale, organizzare la crescita e trasformare l’innovazione in ricavi sostenibili.
Quando arriva il milione, spesso non è più una startup
C’è poi un altro elemento che emerge dal report. Considerando tutte le imprese innovative con almeno quattro anni di attività e una fascia di produzione dichiarata, sono 1.749 quelle che superano il milione di euro di valore della produzione. Ma soltanto 262 sono startup innovative. Le altre 1.487 sono PMI innovative, circa l’85% del totale.
Il dato suggerisce quindi che, nella fotografia attuale del Registro delle Imprese, la dimensione economica più significativa si concentra soprattutto nelle aziende che hanno già superato la fase di startup. È un passaggio importante per leggere l’ecosistema italiano: il tema non è soltanto quante nuove startup riescano a nascere, ma quante riescano a trasformarsi in imprese strutturate.
Ricerca e brevetti non bastano
Le startup italiane, intanto, presentano caratteristiche fortemente legate all’innovazione. Tra le startup innovative analizzate, il 65,1% dichiara investimenti in ricerca e sviluppo tra i requisiti posseduti, mentre il 17,6% dichiara almeno un brevetto o una privativa industriale. Sono indicatori di attività innovativa, ma non consentono da soli di spiegare quali aziende riusciranno a raggiungere dimensioni economiche maggiori.
“Il punto – sottolinea Nasi- non è sostenere che in Italia non nascano abbastanza startup. Il tema è capire cosa succede dopo», . «Se vogliamo misurare la solidità dell’ecosistema, dobbiamo spostare l’attenzione dal numero di nuove realtà alla capacità di trasformare innovazione, prodotto e competenze in imprese strutturate”.
La nuova frontiera: far crescere le imprese già validate
È proprio nella fase successiva alla validazione del prodotto che si concentra l’attività di Djungle Bridge, progetto di Djungle Holding dedicato al turnaround industriale di startup e PMI innovative. L’obiettivo dichiarato è individuare aziende che abbiano già raggiunto una certa dimensione, con prodotti validati e primi ricavi, ma che possano incontrare ostacoli legati a governance, struttura societaria o competenze manageriali.
Djungle Bridge sta inoltre lavorando alla costituzione di Bridge I, fondo con un target di 50 milioni di euro e l’obiettivo dichiarato di realizzare 12 operazioni in cinque anni. Signal nasce invece come osservatorio sull’ecosistema italiano dell’innovazione e punta a proseguire l’analisi nei prossimi mesi.
La sfida italiana non è solo creare startup
Il quadro che emerge è quindi meno legato alla nascita delle startup e più alla loro capacità di attraversare la fase successiva. L’Italia ha un ecosistema fatto di migliaia di imprese innovative, investimenti in ricerca, brevetti e prodotti che cercano il mercato. Ma tra l’idea e l’impresa strutturata esiste una lunga zona di transizione nella quale molte realtà rimangono piccole. Una questione che riguarda anche la disponibilità di capitali. Secondo dati EY citati nel report, nel 2025 gli investimenti di venture capital sono stati pari a circa 25 euro pro capite in Italia, contro 95 euro in Francia e 78 euro in Germania.
La domanda, allora, non è soltanto quante startup riesca a produrre l’Italia. È cosa serve perché una parte maggiore di quelle startup riesca, negli anni successivi, a diventare impresa.
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