Giorgia Meloni attribuisce l’aumento della pressione fiscale alla crescita dell’occupazione e al recupero dell’evasione. Nella sua spiegazione manca però una componente che pesa su milioni di contribuenti: il fiscal drag.
L’inflazione consente allo Stato di prelevare una quota maggiore di stipendi e pensioni senza aumentare le aliquote. E la Commissione europea riconosce formalmente la mancata indicizzazione dell’imposta come una misura che accresce le entrate. Quello che il governo può utilizzare per finanziare la spesa è maggiore prelievo rispetto a un’Irpef adeguata ai prezzi.
quanto vale il fiscal drag nel 2027
Il meccanismo è semplice. Dopo uno shock inflazionistico, come quello sperimentato nel 2022-2023, un lavoratore ottiene un aumento che recupera l’inflazione: un recupero che, in realtà, non si è ancora completato. Il suo stipendio potrebbe permettergli di comprare le stesse cose di prima se la percentuale da versare all’erario rimanesse invariata. Tuttavia, un sistema fiscale come quello attuale, che guarda ai redditi nominali, considera il contribuente più ricco perché riceve più euro. Per effetto della progressività, aumenta quindi la percentuale prelevata dal fisco. Il valore reale dello stipendio netto diminuisce: anche se l’aumento lordo recupera l’inflazione, con il netto non si possono comprare le stesse quantità di prima.
Che cos’è il fiscal drag e come si può ridurre l’impatto per i lavoratori
a cura di Osservatorio Conti Pubblici Italiani
Questo può essere evitato indicizzando il sistema fiscale. Ciò permetterebbe di aumentare la percentuale di reddito da pagare al fisco solo quando gli incrementi sono reali, cioè superano quelli necessari a recuperare il potere d’acquisto perso con l’inflazione.
la traiettoria dell’inflazione
Le nuove regole
Le nuove regole europee rendono esplicita questa realtà. Nel Report on Public Finances in EMU 2024, la Commissione stabilisce che il riferimento per valutare la mancata indicizzazione è l’adeguamento annuale all’inflazione delle soglie di reddito che determinano l’imposta. Nei Paesi che non indicizzano, il maggiore gettito rispetto a quel riferimento viene registrato come entrata discrezionale. Bruxelles riconosce dunque alla mancata indicizzazione il significato di una misura fiscale che aumenta le entrate e, a parità di altre condizioni, la pressione fiscale. La conseguenza, ai fini del Patto di stabilità, è che tali entrate possono essere considerate nel calcolo della spesa netta.
È un riconoscimento rilevante anche sul piano politico. Per ottenere margini nei conti europei, il maggiore prelievo viene trattato come una misura di entrata. Nel confronto con i contribuenti, il governo dovrebbe riconoscerne con la stessa chiarezza il costo. Decidere di trattenerlo significa mantenere il carico fiscale più alto di quello che si avrebbe adeguando l’Irpef ai prezzi.
Le dimensioni sono tutt’altro che marginali. Se facciamo riferimento alle ultime proiezioni macroeconomiche di Banca d’Italia del 16 ottobre 2026, risultano 8,8 miliardi (la stima con lo scenario di inflazione più prudente) di maggiore gettito annuo nel 2027, dovuto alla mancata indicizzazione nel 2026 e nel 2027. Il fiscal drag vale circa 0,37 punti di Pil.
Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) prevede che la pressione fiscale complessiva passi dal 42,9 per cento del 2025 al 43 per cento del 2027. A parità di Pil e di tutte le altre voci, sottraendo quegli 8,8 miliardi la pressione fiscale del 2027 sarebbe circa il 42,6 per cento, inferiore al livello del 2025. Il peso del fiscal drag emerge anche guardando alle sole entrate: nel biennio imposte e contributi aumentano di 58 miliardi e gli 8,8 miliardi ne rappresentano circa il 15,3 per cento.
Le altre spiegazioni vanno messe nella giusta prospettiva. Ad esempio nel 2024 la pressione fiscale è aumentata di un punto di Pil e nel 2025 di sette decimi. L’incidenza sul Pil degli incassi da recupero dell’evasione è cresciuta rispettivamente di circa 0,04 e 0,09 punti. I record degli incassi, da soli, spiegano quindi molto poco dell’aumento della pressione fiscale.
Anche il richiamo all’occupazione richiede una precisazione. La pressione fiscale è il rapporto tra entrate fiscali e contributive e Pil. Utilizzando i dati Istat, notiamo che ai salari corrispondono circa 49 euro ogni cento di entrate fiscali e contributive, pur rappresentando il 38 per cento del Pil. Ai profitti, compresi i redditi degli autonomi, corrispondono invece 17 euro di entrate e circa metà del Pil. Quando aumenta il peso dei salari sul reddito complessivo, la pressione fiscale tende dunque a salire. Questo effetto rivela quanto il nostro sistema gravi sul lavoro dipendente. Per questo la spiegazione «ci sono più occupati» è come minimo incompleta: conta quanto il fisco preleva dal totale dei redditi che cresce, ovvero quello relativo al lavoro, rispetto a quanto la stessa crescita contribuisca al Pil.
L’influenza aulla pressione fiscale
La pressione fiscale è quindi fortemente influenzata dal fiscal drag, che aumenta la quota di stipendio o pensione assorbita dall’Irpef, e dalla composizione dei redditi: se cresce il peso dei redditi da lavoro, aumenta anche quello delle basi maggiormente tassate.
Il governo può scegliere di finanziare la spesa trattenendo queste risorse, oppure di restituirle attraverso minori imposte. Se decide di trattenere il fiscal drag, deve dirlo in modo trasparente, così che i cittadini sappiano quanto dell’incremento della pressione fiscale è dovuto a una maggiore tassazione di lavoratori dipendenti e pensionati. Sono loro a versare la stragrande maggioranza dell’Irpef e quindi a sopportare il fiscal drag. Allo stesso modo, se aumenta il peso dei salari sul Pil (perché aumenta l’occupazione) rispetto a quello dei profitti, la pressione fiscale tende ad aumentare, a parità di altre condizioni, perché cresce la quota dei redditi più tassati (i salari). Se i salari contribuissero alle casse dello Stato, esattamente nella stessa percentuale con cui contribuiscono al Pil, ovvero se la tassazione sui salari diminuisse e quella sui profitti aumentasse, la pressione fiscale non aumenterebbe a causa di un aumento dell’occupazione. Anche questo meccanismo dovrebbe essere indicato e chiarito con trasparenza.
* Professore ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Ferrara
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